Conscientia est Potentia

Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole

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Utente: Conscius
Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.

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mercoledì, 10 gennaio 2007
La nascita del filosofo

L'uomo aveva scritto, e pubblicato, un lungo trattato filosofico. Ne era particolarmente orgoglioso, decisamente: gli sembrava quasi di poter vedere e toccare quell'enorme e bellissima rete concettuale che aveva costruito, così densa di idee perfettamente collegate tra loro in una rete più forte di quella di un ragno. Argomentazioni inconfutabili si susseguivano, in un vero e proprio sistema che poteva quasi anelare alla perfezione formale, nella sua così potente astrazione.

Soddisfatissimo del suo elaborato, lo spedì ad una sua cara amica, volenteroso di farglielo leggere al più presto: era una persona che stimava particolarmente, e contava sul fatto che anche il suo giudizio sarebbe stato positivo, per un'opera che gli aveva preso così tanto tempo e impegno. Passò dunque un po' di tempo, finché non arrivò l'attesa risposta. L'uomo aprì la busta, con la classica eccitazione di chi si aspetta una lettera di elogi.

Il suo stupore, e la conseguente delusione, fu grande. La lettera nel suo complesso era di sei righe scarse. Praticamente all'inizio, scritta con l'usuale elegante grafia di lei, la frase fatidica:

«Ma sai, non ho capito proprio che cosa intendevi dire nel tuo lavoro, il contenuto insomma. E poi è così astratto e difficile, sarò forse stupida io, ma faccio proprio fatica a comprenderlo!»

No, lei non era stupida, no di certo. Tutto l'opposto, se possibile. L'uomo riprese in mano il suo trattato filosofico, di cui andava così tanto fiero, fino a qualche minuto prima.

Si domandò a cosa potesse servire all'umanità una filosofia perfetta, ma che soltanto lui era in grado di comprendere.

Scritto da: Conscius alle 22:51 | link | commenti (3)

mercoledì, 27 settembre 2006
Esistenzialismo psicosociale

Non capisco, è tutto così poco chiaro, soggetto agli umani cambiamenti di stato d'animo. Un precipizio visto e vissuto come l'orlo di un marciapiede, e viceversa. Ingigantire, minimizzare, così funziona la mente umana, così naturalmente incapace di chiarezza e oggettività in tutto ciò che percepisce, provocandoci forti piaceri così come anche atroci dolori. Eppure, a qualcuno che ci guardasse da fuori, casomai esistesse un "qualcuno" fatto in questo modo, tutto sembrerebbe così strano e insensato, quasi da mal di testa. Un dio con il mal di testa, chissà se qualche autore famoso ha mai detto una cosa del genere: un dio che, forse per evitare tutta questa fatica di stare dietro a tanta confusione, preferisce volgere lo sguardo altrove, chissà dove, ma pur sempre lontano da noi, lasciandoci in preda ai nostri piccoli grandi problemi di vita.

Già. Quel dio può anche fregarsene di noi, e in fin dei conti non lo si potrebbe biasimare più di un tanto. Ma noi, no. Non possiamo fregarcene di noi stessi, no.

Scritto da: Conscius alle 00:37 | link | commenti (7)

domenica, 01 gennaio 2006
Duemilasei

«Infine vi giungemmo, e lo vedemmo per la prima volta», disse l'Uomo.


«Ma cosa vediamo?», disse un filosofo, «Duemilasei è solo un numero, qualcosa di stabilito arbitrariamente da noi. Potrei decidere che ciò che noi chiamiamo convenzionalmente "anno" inizi non il primo giorno del mese che definiamo "gennaio", ma, ad esempio, il quindicesimo giorno del mese che chiamiamo "luglio". E nulla cambierebbe. Potrei anche dire che no, non è "duemilasei" ma, che so io, "tremilasettecentoottantacinque". E cosa cambierebbe, alla fine? Nulla! Sono solo convenzioni...»

«Ma cosa c'è nella Storia dell'Uomo, se non un susseguirsi di convenzionalità...?», ribatté un altro.


«Questa è la nostra Storia», disse l'Uomo, «e, volenti o nolenti, non possiamo fare finta che non sia mai esistita.»

«Buon 2006 a tutti coloro i quali sentono la Storia che scorre dietro quello che di per sé è solo un numero...»

Scritto da: Conscius alle 11:08 | link | commenti (4)

giovedì, 03 novembre 2005
Idealista?

Da sempre la domanda filosofica verte sul problema fondamentale, atavico: Qual è la verità? Domanda, questa, poi declinata e sfumata nei vari ambiti della stessa Filosofia: la metafisica si interrogherà su quale sia il vero principio ordinatore del mondo, la gnoseologia su quale sia la vera conoscenza, l’etica su quale sia la giusta azione (nell’etica il concetto di ‘verità’ in senso stretto non è applicabile, temo). Ma giammai, nella storia dell’umanità, si è arrivati ad una soluzione: la Filosofia , a tutti gli effetti, esiste (ed esisterà sempre) proprio perché sempre esiste quella domanda, sulla quale la Filosofia continua a costruirsi e ricercarsi, senza mai fermarsi in un punto preciso, in una risposta risolutiva valida oggettivamente, che non può esistere, per mille ragioni che non starò ad elencare in questa sede. Posto questo, diventa quasi scontato affermare che la scelta di un sistema filosofico piuttosto che di un altro è rimessa totalmente agli uomini (che sono giustappunto gli attori della Filosofia) e ad un sistema complesso di fattori, – il periodo storico, l’educazione, la cultura di riferimento… – non ultimo anche un fattore, per così dire, “inconscio”, di “sensazione”.

Ed è quindi questa molteplicità di fattori che mi allontanano radicalmente da una filosofia di tipo dogmatico, volendo usare la terminologia fichteiana: non mi sentirei mai e poi mai, infatti, di appoggiare una concezione di stampo deterministico e fatalistico. Tutto ciò risulterebbe palesemente incompatibile con quello che io penso essere l’approccio umano alla conoscenza del mondo, un approccio a mio avviso completamente limitato: mi chiedo spesso come possa l’uomo arrogarsi il diritto di cogliere realtà nell’esperienza quando la sua percezione è definita esclusivamente da organi sensoriali, per i quali non ci è in alcun modo dato sapere se ciò che colgono sia effettivamente ciò che esiste. L’idealismo di Fichte è nondimeno realista; il mio punto di vista, come ho giustappunto (brevemente) argomentato, potrà essere dunque definito “idealista” solo perché “non dogmatico” e in quanto, a conti fatti, centrato sulla soggettività del processo conoscitivo (è pur sempre l’intelligenza di ciascun individuo ad essere agente), ancorché tale processo abbia esiti diametralmente opposti a ciò che chiamiamo “realismo”. Bisogna pur riconoscere che la mentalità dell’uomo occidentale è cambiata profondamente, da Fichte ad oggi...

Scritto da: Conscius alle 23:03 | link | commenti (4)

mercoledì, 12 ottobre 2005
Rivoluzione!

Rivoluzione, sì! Rivoluzione culturale! Mi piace definirlo secondo illuminismo, la metafora della luce è ancora una volta esemplare, emblematica.

Rivoluzione è il grande risveglio di tutta l'umanità, umanità che esce dalla sua esistenza passiva, dalla sua vita priva di domande di senso ma fatta solo di circostanze, vissuta nel contingente senza nessuna tensione ideale. E questo è ciò che io ritengo uno dei mali della società umana, ancor più ora, in un periodo in cui i meccanismi educativi della scuola sono negativamente bilanciati dai sistemi anti-educativi di un certo tipo di "letteratura", di "cinema", di "musica", dalla maggior parte dei programmi TV che fanno dello stordimento dell'umano intelletto il proprio principale obiettivo. Dal loro punto di vista, d'altra parte, non fanno altro che vendere. E per vendere, non è comodo avere cervelli di fronte, ma bensì consumatori. Che più sono incasellati in "target" più sono semplici da gestire, più redditizi.

È forse dunque il sistema economico uno degli attuali principali fautori di questa diseducazione, da cui molti intelletti non riescono a scampare, da cui solo pochi sono in grado di - seppur solo parzialmente - uscire. È dunque compito di vita di questi ultimi, credo, compito dei filosofi, educare (molto platonicamente e socraticamente, se vogliamo) questi intelletti allo spirito di totale critica verso tutto e tutti, in primis verso sé stessi. Solo criticando si può assumere quell'atteggiamento che porta alla vera consapevolezza, anzi la critica risulta essere allo stesso tempo la condizione necessaria e la caratteristica principale della Consapevolezza, che diventerebbe dunque definitiva condizione di esistenza.

E i filosofi, anche (e soprattutto!) loro, devono cominciare ad agire attivamente! Devono cominciare a diffondere l'idea base di critica sul primo dei media, la televisione. Può forse sembrare un controsenso agire così, sfruttare proprio il principale motivo di dis-educazione della nostra società, tuttavia sarebbe forse il modo più esemplare, più sconvolgente. Un atto di forza, occupare le reti televisive! Con forza, ripeto, con forza! Fare scalpore, finire sui giornali! E poi far risvegliare il popolo alla critica. E il popolo, una volta sveglio, illuminato, si unirà per la rivoluzione culturale contro i fautori dello stordimento della società!

E quel nuovo illuminismo avrà inizio. E allora, solo allora, solo quando gli uomini si saranno risvegliati, si potrà davvero fare politica. Quella vera, non quella ad uso e consumo dei governanti, che attualmente fa da padrona.

Scritto da: Conscius alle 17:21 | link | commenti (2)

venerdì, 30 settembre 2005
Essere, verità, limitatezza

Nel mio - finora biennale - studio della Filosofia ho avuto modo di incontrare, di confrontarmi (seppure solo virtualmente) con svariati intelletti umani, di svariati periodi storici; ho potuto condividere e anche apprezzare molte proposte di svariati ambiti filosofici. E pure quella medesima tensione, la costante tensione verso la ricerca di quella cosa chiamata verità. Nel leggere questi autori, tuttavia, mi sono reso conto di quanto sia sempre molto forte questa necessità, questa voglia costante di attaccarsi a verità assolute, risolutive. Una condizione che porta a quelle che a volte sento come forzature logiche, basti pensare a Cartesio e al suo Dio "causa prima", che salta fuori ex machina per tappare quei buchi della conoscenza che dallo stesso Cartesio erano stati messi in luce in modo mirabile. Molti filosofi - e molti uomini, ancora di più forse - si sentono questa necessità di verità assoluta. Ma io, che pure sono uomo, vedo una sorta di debolezza in questo, quasi un inganno. Sì, una delle debolezze del genere umano, credo. Ciò beninteso non vuole elevarmi a "meglio" perché apparentemente più "forte", ciò vuole essere una mera constatazione di fatti.

Il punto è: perché un mondo, un universo senza verità assolute dovrebbe essere aprioristicamente scartato? Cosa impedirebbe la possibilità che esista un mondo siffatto? Credo che non sia illecito immaginare l'esistenza di infinite possibilità di essere, infinite verità se vogliamo, questo per il semplice fatto che l'umana percezione ontologica è per definizione limitata, e ciò rende automaticamente illecito l'atto umano, induttivo o deduttivo, empirico o astratto che sia, di pensare questa esistenza, questa conoscenza - e pure quelle che proprio Cartesio definirebbe "idee innate" - come l'unica vera. Già l'esercizio dell'immaginazione, seppur faccia parte, nondimeno, dei limitati metodi conoscitivi umani di cui sopra, ci dà un esempio interessante e dotato di una certa forza: la nostra immaginazione ha potere creativo assoluto, semplicemente pensando ad un mondo dotato di leggi opposte al mondo dell'esperienza sensibile (che rimane pur sempre il punto di partenza) io ho creato quel mondo, l'ho dotato di un'esistenza e di una verità quindi non necessariamente dissimile dalla verità dell'universo sensibile.

Dunque di verità non ce n'è una, e assoluta, bensì tante, relative, e condizionate dalle potenzialmente infinite percezioni ontologiche, umane e non. Ciò che semmai rende più valida una legge di natura o un inseme di leggi di natura (una verità) rispetto ad altre è il principio della condivisione (e della corroborazione). Che rimangono, alla fine dei conti, l'unico criterio sul quale è lecito basare qualunque tipo di scienza. Con la consapevolezza che si tratterà pur sempre di conoscenze che spiegano e che valgono per la percezione umana, se non anche di un gruppo limitato di uomini. Semplicemente perché più in là di un tanto, più in là dell'uomo è insensato spingersi, spingersi a pretendere di vedere - e spiegare - ciò che sta oltre.

Scritto da: Conscius alle 20:53 | link | commenti (1)

mercoledì, 27 luglio 2005
Senza titolo

Sì, un testo senza titolo. Quando si mette un titolo a qualcosa, si presuppone di connotare quel "qualcosa". Ma com'è possibile connotare il Nulla se non con il Nulla stesso? Non è forse il Non-essere qualcosa di totalmente autoreferenziale, così come l'Essere, d'altra parte?

Dunque io, che con le parole costruisco, tenterò di dare forma al Nulla, un'operazione che nasce e finisce ossimorica... sempre che possa finire. Comincio a scrivere del Nulla, e già mi accorgo che mancano gli argomenti. Già, d'altra parte che argomenti avrei sperato di trovare? Nessuno, appunto. Forse, però, quello che devo cercare, qui e ora, non sono argomenti, quanto piuttosto non-argomenti. Insomma, parole che trovano la loro sostanza proprio nel non avere alcuna sostanza.

Un problema, ad esempio. Non è forse la domanda, la questione, un possibile non-argomento? Porre problemi senza soluzione, o con infinite soluzioni, senza preoccuparsi di argomentare un'ipotetica risposta. Sarà dunque lì che potrò cogliere il Nulla, in quelle zero e infinite risposte a quelle domande?

Ma che domande fare?
Forse una domanda non racchiude già in sé una limitazione a quelle infinite risposte?
Forse una domanda non racchiude già un argomento?

No, non basta porre problemi. Non è sufficiente la parola, anzi è più che sufficiente. La parola, specchio dell'intelletto, può forse solo servirmi come... ponte, quel ponte ideale che mi permette di superare l'abisso tra il mondo finito e il mondo infinito, che mi permette di raggiungere il Nulla. Quali parole usare, dunque, per fare il "salto"? Nessuna, mi rispondo istintivamente. Anzi, tutte. Basta provare a scrivere nella scrittura, ad osservare l'abisso che contiene ogni singola sillaba, ogni singola lettera, provare a staccarsi dai significati finiti che attribuiamo al linguaggio e dare a tutte le parole, tutti i pensieri, tutto il mondo, il significato dell'Infinito.

7

Ecco, un numero. Un'entità finita, forse. Sette anni, sette denari, sette kilogrammi. Cosa c'è di più finito di un numero? Ma perché - mi chiedo - devo mortificare il mio intelletto dando a segni convenzionali altrettanto convenzionali letture? Quel segno per me potrebbe essere qualunque cosa, potrebbe essere Tutto e potrebbe essere Nulla.

Senso.

Ma dov'è il Senso, cos'è il Senso? Perché la mia mente deve restare ancorata alla grammatica convenzionale del discorso, perché devo scrivere frasi, parole, sillabe, lettere? Questo è il mio mondo, io sono il solo Architetto, Tutto e Nulla stanno nella mia mente, in un'infinita potenza.

3+3=7

Quest'operazione è sbagliata. Ma perché è sbagliata? In questo posto sono solo io a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché ci sono io e io solo. Dunque dico che tre più tre è uguale a sette. E ho ragione, perché sono IO che stabilisco le regole. Nella mia mente io sono Dio, io ho il potere assoluto, il potere di dare senso a ciò che non ha senso, il potere di dare forma a ciò che non ha forma. Ecco dunque... l'Infinito.

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Ma che bisogno ho, in fondo, di scrivere? Io posso costruire ogni cosa, non ho alcun limite. Le lettere dell'alfabeto sono di troppo, non ne ho bisogno. Anche i numeri sono superflui, la loro esistenza non mi tange minimamente. Li elimino.

 

Ecco, ce l'ho fatta. Uno spazio vuoto, il Nulla. Non ho bisogno di nient'altro, come già detto sono io il Padrone Assoluto. Non le parole, non i discorsi, non i numeri, non le lingue. È tutto nella mia mente. E in quell'assenza di Tutto immagino tutte le parole inventate e inventabili, ossia nessuna di esse; tutti i numeri possibili, tutti gli infiniti numeri, ossia nessuno di essi. In quel Nulla vedo tutto il mondo, anzi tutti i mondi, anzi nessun mondo. In quel Nulla c'è il Tutto, perché io ho stabilito che è così e nessuno mi può dare torto.

Nessuno, e Tutti.

Scritto da: Conscius alle 19:16 | link | commenti (10)

lunedì, 20 giugno 2005
Viaggio

Un treno corre silenzioso lungo binari ineffabili... Si viaggia, per tutta la vita. La destinazione, dov'è? Non la si riesce a vedere... È un treno per il Nulla... Nulla eterno, immutabile... lui, sì, lui non si trasforma mai. Il Nulla è l'Infinito, l'Infinito è il Nulla... il Nulla è la vera, unica, fine... una fine che non c'è... Una fine che non raggiungeremo mai...

...E il treno continua a correre lungo i binari... la notte lo avvolge... la malinconia di una vita, di un'esistenza... Tante sono le vie, tanti sono i binari... ma il treno ne segue uno solo... uno solo... per sempre.

...Chi sarà a decidere quale percorso scegliamo?

Noi, il tutto, il nulla...

Scritto da: Conscius alle 22:42 | link | commenti (6)

martedì, 14 giugno 2005
Piovono...

Piove. Qui, proprio accanto a me, fuori dalla mia finestra. Ho sempre amato la pioggia d'estate, la stagione del sole che spacca le pietre, la stagione del caldo... E la pioggia, la ribellione a questa mediocrità... Un giorno diverso in mezzo a tanti giorni uguali.

Piove, e vorrei che continuasse per tutta l'estate.. O forse no. Non per tutta l'estate. Non più uno sfogo, non più la ribellione: sarebbe una nuova normalità. Un'altra serie di giorni tutti uguali, una diversa ma sempre uguale condizione. No... non è questo che voglio.

Io voglio l'eccezionalità, la meraviglia. La meraviglia di un giorno di pioggia d'estate. Come la meraviglia di un pensiero che sovrasta tutti gli altri, di un uomo diverso. Un uomo nuovo.

Piovono, le gocce d'acqua. Poi non piovono più. Il temporale è finito, ritorna la normalità, normale mediocrità. E l'acqua sarà poi scomparsa, evaporata, non ci sarà più. Come la voce fuori dal coro, sovrastata dalle parole uniformi della massa, tutte diverse e tutte uguali. Come il pensiero di uno solo, sommerso dal pensiero di un'unica totalità.

Eppure, eppure talvolta accade lo stesso. Accade che l'acqua non evapora e che il fiume in piena travolge la normalità della nostra esistenza. Che la voce del singolo assorda tutti quanti, in un urlo di libertà. Che la forza di un pensiero lascia una traccia indelebile nella Storia.

Un segno indelebile che neppure la mediocrità riuscirà a cancellare. Il segno di un grande ideale.

Scritto da: Conscius alle 20:23 | link | commenti (8)

sabato, 11 giugno 2005
Mortalis Curiositas

La Morte. La Nera Signora. La Grande Consolatrice. Quante metafore, quante allegorie per quella che è la paura più ancestrale di ogni essere umano, di ogni essere vivente, forse. Dalla Morte, dalla definitiva perdita d'ordine dell'organismo vivente, dall'inevitabile riduzione ad una forma più semplice e più disordinata, si è completamente terrorizzati; terrorizzati, al punto da diventare ipocriti e cercare di non pensarci mai, a questa Fine di tutto.

Ma forse no. Forse non è solo paura. Almeno per quanto mi riguarda.

Perché la Morte è anche terribilmente affascinante. E non è propriamente "Fine", come l'ho definita poco sopra. È anch'essa una trasformazione, una delle tante (infinite?) che avvengono nell'Universo. Dunque, in cosa consiste veramente questa trasformazione? Vederla in altri non basta, bisogna viverla. Sì, vivere la morte. Ma come?

Semplice, morendo. Toglierei quindi la vita a me stesso, per scoprire cosa voglia dire morire?

No, non lo farei, nemmeno per soddisfare questa mortale curiosità. Perché di un'altra curiosità voglio essere soddisfatto, ed è una curiosità vitale: la curiosità di conoscere il seguito della mia esistenza, un pezzo dell'esistenza di questo Universo. Non voglio morire, perché ci sono ancora tante cose da vedere, da fare, da godere qui... E non vale la pena lasciare prima di non avere fatto, goduto e visto tutto quello che la mia vita mi avrà dato.

Fino a quando la vità ci sarà. E poi, la morte. Ma una morte realizzata arriva solo dopo una vita realizzata.

Scritto da: Conscius alle 20:08 | link | commenti (8)

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