Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole
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Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.
Chi è un uomo, una donna – essere invero limitato – per stabilire con certezza se quella che vive è realtà oppure finzione? Chi è, per potere e potersi identificare con sicurezza in “qualcuno”? Queste domande altresì filosofiche che ho posto come incipit dell’articolo mi sono uscite da uno spunto artistico, o meglio: cinematografico. Buona parte dei lettori, qui e ora, penserà a The Matrix (film che ho pure apprezzato), ma si sbaglierà. Se infatti nella Matrice il tema della perdita d’identità nasceva come eventualità virtuale, fantascientifica, io personalmente credo che ci sia più di un esempio reale di alienazione più o meno forte, nella società odierna così sottoposta al sordo e ipnotico rumore di fondo emesso da taluni mezzi di comunicazione, TV in primis…
Tuttavia, non è (solo) di alienazione che mi preme parlare, ma anche (e soprattutto) di quell’opera filmica che ha suscitato in me le interrogazioni di cui sopra. Il film in questione s’intitola Perfect Blue, diretto nel 1997 (otto anni fa!) dal signor Satoshi Kon. È un film d’animazione, è un film che mi ha davvero colpito, in tutti i sensi: per il contenuto senz’altro, ma forse – lì più che mai – per la grandissima maestria con cui la vicenda è raccontata. Ed è la storia di un’identità persa, questa, una storia che il buon Satoshi Kon narra intrecciando imprevedibilmente – davvero imprevedibilmente – una serie di fili annodati in un guazzabuglio apparentemente inestricabile, una confusione in cui mi sono ritrovato perso, spiazzato esattamente come la protagonista del film, se non addirittura spaventato. Sissignori, Perfect Blue è proprio un thriller, a tinte anche piuttosto forti; certo è che i Giapponesi hanno quella concezione dell’animazione come mezzo espressivo totipotente (e perché non dovrebbe essere così, poi?) che l’industria americana del consumismo moralistico perbenistico “per bambini” (leggasi: Disney e affini) non riesce ad avere: invero, nella mentalità di molti qui suonerebbe come antinomia – e come scandalo, inevitabilmente – l’idea di vedere scene di nudo femminile integrale in un film animato, film animato che, al contrario, in Giappone esce al cinema come potrebbe uscire qualsiasi altra pellicola… Film in cui l’uso stesso dell’animazione assume una funzione connotativa importantissima, ai miei occhi: dove il tema è, come si diceva, quello della perdita d’identità e, con essa, del senso di realtà, è con i disegni – e non con le foto – in movimento che gli autori riescono a dare l’idea di un mondo, quello rappresentato, che nasce già mutante, cangiante, privo insomma di un esistenza definita. Come fare dunque per non perdersi e impazzire definitivamente, mi chiedo?
È proprio di identità, l’identità nel film perduta, di una vita reale che – mi rispondo – hanno bisogno gli uomini della società odierna per non soccombere, la società dove il sé si appiattisce sull’altro, assumendo contorni indefiniti. Sarà poi stato quello che ho appena espresso l’intento degli autori di Perfect Blue, ossia criticare la crisi esistenziale che attraversa la società [nipponica] attraverso la narrazione di quel formidabile intreccio? Certo sarebbe una lettura interessante, ma non mi sento comunque di azzardarla. Non ho mai amato le forzature interpretative, e penso che fare un’affermazione come quella appena sopra sia un’operazione dotata di un certo rischio; mi limiterò dunque a dare un semplice consiglio, il solito consiglio, rivolto idealmente a tutti: non sottovalutate il cinema d’animazione, cercate a fondo oltre i pregiudizi e i prodotti commerciali e troverete veri gioielli, gioielli come quello di cui ho appena terminato di parlare, ora. Gioielli come Perfect Blue.
Ci sarà qualcuno che mi darà retta? Mah…
Probabilmente, durante la lettura del titolo di questo post, certi si chiederanno cosa abbia da dire un ragazzo, di 17 anni, su quella robetta per bambini che tutti chiamano "cartoni animati" o, ancora più semplicemente, "cartoni". Alcuni, credendo di essere uomini formati, penseranno: "Che schifo! Ma come è immaturo questo qui, alla sua età si guardano soltanto i film". Già, i film. Quelli con attori, live-action per usare un termine difficile. Perché, chiaramente, i film sono qualcosa di più maturo di questa robetta, qualcosa di alto, qualcosa di pregiato, su un altro pianeta rispetto ai "cartoni". Eh no signori miei, mi dispiace ma siete alquanto limitati e alquanto schiavi dei biechi pregiudizi di questa società.
Cioè, insomma, per quale accidenti di motivo i "cartoni" (ma adesso basta chiamarli con questo termine irrispettoso e limitato, chiamiamoli "animazione") dovrebbero essere qualcosa di inferiore rispetto al "superiore" cinema. Domanda: che potenzialità hanno in meno? Risposta: niente. E allora? Allora è un problema tutto sociale, come accade quasi sempre. E, dunque, perché questo pregiudizio che porta la maggior parte delle persone ad affermare con nonchalance che animazione è prodotto esclusivamente per bambini?
Un fatto, certo, è vero. Inspiegabile con i mezzi che ho io, ma vero. Cioè che, effettivamente, l'animazione è qualcosa di grande impatto per i cuccioli d'uomo. Si vedono colori, disegni, cose fantastiche... e i piccoli stanno appiccicati allo schermo come delle patelle, chissà perché. E i bambini, poi, si accontentano con niente, basta che ci sia qualche pupazzo, qualche animale parlante, il tutto magari contorniato da qualche stupidissimo motivetto musicale e il gioco è fatto.
Ed è proprio questo il punto.
Cioè che, come accade molto spesso, siamo sfruttati. L'economia, le casi produttrici d'animazione, la Disney per dirla tutta (che pure ha fatto, in passato, cose mirabili) sfruttano la naturale propensione che i bambini hanno verso l'animazione per propinare loro prodotti assolutamente settorializzati. Cioè, completamente per bambini [e quindi retorici, moralisti, con animali parlanti, canzoncine e chi più ne ha più ne metta]. E non sono forse i bambini quelli più remunerativi in questo senso? Infatti poi, quando i bambini diventano grandicelli, l'economia ha già pronta la ricetta: non è animazione, non più, sono i film. Perché si è diventati grandi, non si è più bambini, l'animazione è solo per bambini, i film fanno sentire grandi, eh! E allora, quando grandi lo si diventa per davvero, alla fine, si guarderà all'animazione con occhi viziati, viziati da anni di condizionamento e sfruttamento. E, per queste ragioni, non si potrà pensare all'animazione senza collegarla - indissolubilmente e definitivamente - all'infanzia.
Quando questo non è vero.
Quando questo è solo un pregiudizio. Da estirpare.
Quando l'animazione è, in tutto e per tutto, una forma d'arte. Con potenzialità pari, anzi maggiori, rispetto al cinema live-action. Perché, questo lo penso già da un po', l'animazione è figlia della pittura così come il cinema è figlio della fotografia. Ecco, in una fotografia si possono decidere tante cose: luci, esposizione, inquadratura e via dicendo. Però il mondo rappresentato sarà sempre reale, questo è il suo grande limite. Limite che la pittura oltrepassa nel momento stesso in cui è creazione, che poi significa una più profonda interpretazione del mondo reale, se non addirittura la costruzione di nuovi mondi. Si capisce come la pittura abbia notevoli potenzialità in più rispetto alla fotografia. E, fatte queste considerazioni, rendiamoci conto: cos'è l'animazione se non la pittura con l'aggiunta del movimento? E, pure, cos'è il cinema live-action se non la fotografia con l'aggiunta del movimento? L'unica differenza tra cinema e fotografia è il carattere "fictional" del primo, una finzione che costruisce un mondo mettendo assieme pezzi di realtà, attuale o ipotetica che sia, ma tant'è: il cinema non arriverà mai ad avere potenzialità di creazione (proprie dell'animazione).
Tutto ciò che ho detto, ovviamente, vale fermo restando che capolavori e fetenzìe ci sono stati (ci sono!) sia nel cinema, sia nell'animazione. E i migliori autori, da una parte e dall'altra, sono sempre stati quelli in grado di utilizzare il proprio mezzo espressivo al massimo delle sue potenzialità. Dalla parte dell'animazione, non si può non negare questo merito ai giapponesi, ed in particolare al grandissimo Hayao Miyazaki. Giapponesi che, guarda caso, sono proprio quelli in assoluto più bistrattati tra gli autori di cinema d'animazione. I giapponesi, che fanno tutto a computer, i giapponesi violenti, i giapponesi sessomaniaci.
Come se un film animato debba essere per forza retorico [e con le canzoncine!] come i film Disney.
Come se l'animazione giapponese debba sempre significare i Pokémon.
Come se l'animazione buona debba essere solo ed esclusivamente l'animazione per bambini.
Ah, e come se per bambini debba significare sempre moralista e buonista e zuccherino.
Già, come se i bambini debbano meritare per forza una qualità così bassa.
E come se gli "adulti" debbano per forza essere fuori da un intero mondo, il mondo dell'animazione.
E chissà perché, mi chiedo. Quando, in realtà, conosco benissimo la risposta.
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