Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole
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Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.
"Oscenità" e "pudore". Due parole della lingua italiana che afferiscono ad una ben specifica area semantica: ovvero, atti "osceni" sono da intendersi "non pudici", ovvero che rispettano il "senso del pudore", cioè quel sentimento di ritrosia, vergogna e riserbo, spec. per ciò che concerne la sfera sessuale (dizionario online De Mauro-Paravia). Si dirà, cosa c'è di strano in tutto questo?
Ce n'è di strano, eccome, a mio avviso. E lo "strano" è da ricercarsi NON nel pudore in sé, bensì nei motivi per cui noi siamo indotti a provare "ritrosia, vergogna e riserbo per ciò che concerne la sfera sessuale".
Si tratta di un dubbio che ho sempre avuto, fin da quando ero piccolo. Mi chiedevo: perché nessuno si mostrerebbe nudo in pubblico? Sembrerebbe una domanda davvero idiota, ma provate a dare una risposta vera. Perché, se ci pensiamo, il motivo per cui nessuno si mostra nudo in pubblico è perché, mostrandoci nudi, noi offendiamo il pudore. Ma perché questo, perché è proprio così? Qual è dunque questo vero motivo? Esisterà, poi?
La cosa più strana del "senso del pudore" è che, a conti fatti, ci porta a rinnegare la nostra stessa natura. Cioè, voglio dire, ognuno di noi quando è nato era nudo, perché mai dovremmo avere pudore di mostrare anche "da grandi" il nostro corpo nella sua totalità? Stesso discorso per il sesso: dico, è l'unico sistema che abbiamo per riprodurci, è un atto biologico dalla portata eccezionale, eppure se ne parla sempre come se fosse qualcosa di proibito, qualcosa che si vuole fare (perché, biologicamente, l'uomo vi è naturalmente portato) ma non si vuole fare, qualcosa per cui proviamo una fortissima tensione e nello stesso tempo un fortissimo pudore. Ma qual è, dunque, la causa? Potrei dire "colpa del Cristianesimo" che ha fatto del pudore un dovere dettato da Dio ("Non commettere atti impuri"), ma questo risolverebbe ben poco la domanda. Non mi risulta, infatti, che la pudicizia sia una caratteristica del mondo cristiano, mi pare piuttosto che sia una caratteristica propria dell'umanità intera, una caratteristica sociale se non addirittura ontologica. Come se, rinnegando (e quindi spostando nella sfera del "proibito") la nostra parte più "animale", noi potessimo ratificare il fatto che siamo esseri senzienti, "superiori". Se fosse così sarebbe male, perché comunque sia la nostra "parte animale" resta pur sempre una parte del nostro essere, e rinnegarla significa cadere in una forma di autoinganno. Quello che auspicherei, dunque, sarebbe un mondo in cui nessuno ha vergogna degli "atti osceni", un mondo meno teso sotto questo punto di vista. Un mondo di bambini, gli unici che davvero non hanno questo genere di complessi, gli unici che non griderebbero allo scandalo vedendo una persona nuda. Bambini nei quali, purtroppo, la società umana tutta inculcherà proprio quel "senso del pudore" di cui, alla nascita, erano ovviamente privi. È stato così anche per me, che dovrei vergognarmi di essere così ipocrita mentre scrivo queste cose quando so che rimarrò sempre "pudico" tanto come tutti gli altri. È impossibile andare contro quello che è, e forse è sempre stato, uno dei pochi valori davvero universali, una caratteristica propria di tutte le civiltà (con differenze, questo è chiaro) e di tutte le società umane.
Società umane che, come se non bastasse, marciano su questa caratteristica, la caratteristica di "essere pudici". Soprattutto ora, nell'epoca dei consumi e dei mezzi di comunicazione di massa. E sono soprattutto questi ultimi questi ultimi che sfruttano la "tensione ambigua" dell'uomo verso nudità e/o sesso (vedi sopra). Cosa sono i film pornografici, se non un bieco mezzo che la società usa - paradossalmente - per mantenere vivo proprio il senso del pudore? Commercializzati come "proibiti", qualcosa che noi - biologicamente - vorremmo ma, socialmente, siamo portati a non volere, puntano sulla provocazione, proprio sull'alimentare quella "tensione ambigua" di cui si diceva. Un po' come allungare la mano per dare qualcosa e, subito dopo, ritrarla indietro, questo è in fondo il loro intento. Come poi è anche l'intento di certi calendari e di certe riviste. Tutta questa "roba", che ratifica definitivamente nudità e/o sesso nella sfera del "non si deve fare" e che, dall'altra parte, - facendo leva sulle nostre inevitabili caratteristiche biologiche - ci spinge proprio a fare quello che si dice che non si dovrebbe fare, porta ad una sessualità vuota, senza una vera sostanza se non una sorta di "consumismo erotico". Ma adesso io taccio e lascio la parola a qualcuno che dice queste cose in un modo sicuramente più interessante:
Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione erotica non dispiega una scena intorno a sé, in cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò o-sceno, perché è offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità del cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci, secondo le tonalità che la tecnica sapientemente distribuisce per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla "messa in scena", dove non si celebra la sessualità del corpo ma la sua castrazione. In questo senso la seduzione erotica gioca con la morte, e quindi, per sadica che sia, è sempre irrimediabilmente masochista.
A questo punto è inutile che psicologi e sociologi ci vengano a dire che gli uomini hanno paura delle donne. Se il modello di riferimento è il corpo nudo della donna-copertina che gli stilisti incessantemente ci propongono, ebbene si tratta di una donna desessualizzata nel momento stesso in cui gli stilisti la vestono o la spoglano, mettendo così in scena una sorta di spettacolo della paura, come se l'erotismo dovesse arrestarsi alle soglie dei loro abiti, portati con quei gesti rituali che vogliono a un tempo provocare l'idea del sesso e insieme la sua interdizione.
(Umberto Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, pagina 94-95, ed. Feltrinelli)

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