Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole
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Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.
Osserva questo stesso cursore, che lampeggiando a intermittenza si pone appena dopo le lettere battute dalle tue dita, sulla tastiera. Pensa che presto scomparirà, e quelle lettere, a formare parole e frasi, saranno gettate ai quattro venti, e forse qualcuno le coglierà, traendone interesse, o indifferenza, o astio. Perché scrivi? Oramai i tuoi vecchi lettori sono perduti. Il vuoto da loro lasciato è incolmabile, per quanto tu possa stimare o voler bene ai tuoi nuovi lettori, finanche diventare loro amico.
Osserva: con lo scorrere del tempo, le persone cambiano, crescono, a volte si trasformano radicalmente. Solo tu continui a scrivere le stesse parole, osservando le tue dita sui tasti, e il cursore lampeggiante. Alcune persone che un tempo chiamavi "amici" ora sono partite. Lo spazio che un tempo occupavano dentro di te è pieno solo di ricordi, ricordi di ore passate nella spensieratezza e nel divertimento, o momenti di sincero affetto. In realtà, però, tu non volevi perderli. Tu hai continuato a scrivere pensando a loro, tu non volevi che se ne andassero.
Osserva: tu non volevi, ma loro se ne sono andati. Il tempo passa, anche i ricordi migliori si perdono nella nebbia, e poi nel vuoto. Anche il dispiacere per quel distacco viene attenuato. Tuttavia, il passato dolore riaffiora più facilmente delle passate felicità. E tu ti ritrovi a scrivere ripensando a loro, dopo così tanto tempo, e quando pensi a loro ti senti trafitto. Un tempo ti avrebbero sicuramente letto. Ora no. Ora ti accorgi che le tue parole solo un lancinante soffocato grido.
Guardati: tu cerchi solo le lodi e le attenzioni delle altre persone, perché non sai lodarti, né prestare attenzione a te stesso. Solo per questo, continui a scrivere. Per questo, continui ad aspettare, immobile.
«Perché in fondo, io mi detesto.»
Sempre aspettare. Ogni secondo che passa, guardare le foglie mutar colore, e il sole intensificare la sua luce, o attenuarla, ciclicamente. Aspettare che una mano accarezzi dolcemente il mio viso. Aspettare un abbraccio, aspettare un bacio. Aspettare una vita nuova. Invano?
«Ti senti solo?»
Sì, mi sento solo. Perché nessuno vuole accarezzarmi, nessuno vuole abbracciarmi, nessuno vuole baciarmi. Nessuno vuole amarmi.
«Questo non è vero.»
È solo che io sono troppo... distante. Ho paura di espormi, paura di provare dolore, paura di perdere la stima che ho guadagnato. Ho paura di fare io il primo passo in avanti, perché temo che inciamperei e mi farei male. Così non faccio altro che aspettare.
«E aspettando, cosa ottieni?»
Se mi ami, dimmelo. O almeno fammelo capire, ti prego. Se non me lo dici, e neppure me lo fai capire, allora non può essere vero. Forse non vuoi nemmeno avere a che fare con me, forse sono solo un peso, forse per te sono brutto. È così, deve essere per forza così.
«Se è così, allora sarai sempre solo.»
No, non voglio... non voglio... Ho paura... aiutami, amore mio... amami, ti prego.
«Stupido!»
Voleva essere, questo, un pensiero notturno. Tuttavia, per quanto la notte non conosca stanchezza, l'essere umano è schiavo dei suoi ritmi biologici, che lo costringono ad una costante, ciclica, alternanza. Un numero innumerevole di cicli incasellati l'uno nell'altro: il giorno, la notte, il nuovo giorno; la primavera, l'estate, l'autunno, l'inverno, la primavera; l'infanzia, la giovinezza, la maturità, la vecchiaia; la vita, e la morte. E poi il ritorno alla materia inerte, e forse poi il ritorno a nuova vita, chissà. O forse l'ascensione verso ignoti luoghi di quel che usualmente chiamiamo "anima". Non voglio escludere nessuna possibilità, né tantomeno voglio perdere troppo tempo su ciò che, in fondo, non è problema di un essere ancora vivente, per quanto la mia indole tenda spesso a far proprie le ipotesi più materialistiche. Ma non è un vero problema di questa vita.
Le persone, la società, gli altri uomini, e le donne. Guardarsi intorno nel proprio piccolo mondo, consapevoli della sua insignificanza cosmica, eppure pregno di così tanta importanza terrena; guardarsi intorno e, lì, vivere. Cioè, dare un senso alla propria esistenza. Vivere per un ideale, o per un amore. Per quanto mi riguarda, tanto può bastare. Un ideale. Un amore. Quanto inutile potrà sembrare ciò ad un qualunque dio che mai ci guardasse "da di fuori"! Ma quel dio, se esiste, non potrà mai capire. Quel dio non ha mai amato come un essere umano ama, quel dio non morirà mai per un ideale, come un essere umano. Non potrà mai capire.
Io ti aspetto, amore mio. Quando verrai, io ti parlerò.
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