Conscientia est Potentia

Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole

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Utente: Conscius
Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.

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martedì, 18 luglio 2006
Luglio in città

Piacenza, uno dei tanti torridi pomeriggi d'estate. Stupidi programmi televisivi si susseguivano, inutilmente, forse sperando di catturare l'attenzione di qualche essere umano in preda all'apatia e alla noia, sensazioni così frequenti in quel periodo dell'anno fatto di muri anneriti e liquefatti al calore del sole e dei gas di scarico. No, non avrei acceso la televisione, no di certo; lottare contro l'inerzia era senz'altro difficile, quasi inumano, tuttavia dovevo fare almeno qualche tentativo. Pesantemente, ripensai a quella parola: vacanze le chiamavano, mesi di spensieratezza e leggerezza, di mare e monti, di amori e passeggiate mano nella mano, di certo l'opposto di chi faceva rotolare il cervello, tentando invano di trovargli una sana occupazione.

Uscire era improponibile, di certo. Da solo, al caldo, a girovagare per luoghi comuni, inutili vie verso mete troppo vicine, o troppo lontane, che senso aveva? Ero stufo di stare a sentire i miei pensieri da solo, attività che peraltro riusciva così bene se unita al movimento delle gambe, e degli occhi insieme ad esse; d'altra parte, non sarebbero stati pensieri nuovi: sempre i soliti monologhi interiori riguardo a molteplici e diverse solitudini, d'altra parte cosa si poteva poi sperare, da qualcuno che girovagava per le vie cittadine sempre da solo? Comunque stessero le cose, non ne avevo voglia, non avevo voglia di piangere ai vari dispiaceri che avevo collezionato, uno dopo l'altro, fino a quell'estate. Forse avevo già pianto abbastanza, in fondo, violentandomi con quelle parole da me scelte apposta ogni volta, sempre così straordinariamente crudeli. Forse.

In preda al dilaniante torpore del niente, quel niente in cui la mia mente rallentata e offuscata si crogiolava, in una costante e sorda tortura, spostai le mie ossa sulla sedia, davanti allo schermo. Posta elettronica, ritrovato della tecnologia informatica vecchio di trent'anni eppure diffusosi così tanto in quegli anni: scorrevo i messaggi con la consueta pigrizia, alla ricerca di qualche attesa risposta. Ma niente, solo qualche peregrino annuncio pubblicitario e un paio di inutili catene di Sant'Antonio, presto eliminate da quello spazio logico, con un sospiro di fastidio e frustrazione.

Ma che colpe avevo io? Era troppo chiedere un momento di pienezza, di leggerezza? Mi alzai in piedi, camminai verso la finestra, ad osservare il cielo azzurro e violaceo, soffocato dalla foschia e dallo smog cittadino; il profilo di alcune colline si intravedeva, all'orizzonte, quasi il miraggio di una natura ancora intatta, incolume, viva. In fondo - pensavo - non era passato molto tempo, forse neanche trent'anni... allora i diciottenni non avevano cellulari, né Internet, né posta elettronica, forse non avevano nemmeno una televisione in casa, eppure uscivano, scherzavano, si divertivano, vivevano.

Aprii la finestra: una ventata di aria calda mi venne addosso, aria di città, di asfalto, di gas di scarico. L'aria del progresso. Un brivido mi corse lungo la schiena, una paura mai provata fino ad allora, quel noioso pomeriggio estivo: la nostra più grande forza, la tecnica, il poter fare tutto ciò che volevamo muovendo le dita di una mano in un decimo di secondo, dove ci avrebbe infine condotto? Eravamo sempre più dominatori sopra la natura, e sempre più lontani da essa, dai suoi venti, dalle sue montagne, dai suoi alberi. Sarei stato idiota, d'altra parte, a essere nostalgico di un passato che neppure avevo visto, io, fanciullo dell'era telematica, che viveva l'ottanta per cento della sua vita davanti a uno schermo, che aveva conosciuto altre persone davanti a uno schermo, che si era innamorato davanti a uno schermo. No... non potevo tornare al passato, proprio no.

Richiusi la finestra con lo sguardo perso, smarrito. In casa il solito silenzio, rotto di quando in quando dal rumore di qualche automobile sulla strada sottostante; senza nemmeno rendermene conto, ero di nuovo seduto davanti al monitor, a fare compagnia al sordo ronzare della ventola, ancora a scorrere quasi inconsciamente i messaggi di posta elettronica. Una scritta segnata più intensamente sullo schermo catturò la mia intenzione, risollevandomi finalmente dal torpore, dall'inerzia, dalla noia: sì, una risposta, infine.

Scritto da: Conscius alle 23:15 | link | commenti (16)

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