Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole
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Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.
Della mia vita io sono l'unico e legittimo possessore, a 18 anni. Chi si sente in dovere di proteggermi, tuttora, è da me compreso, ma non più giustificato.
Oggi sono stato profondamente deluso. Perché il loro è stato un atteggiamento codardo. E perché io voglio loro troppo bene, per sopportare facilmente l'idea che qualcuno possa pensare che sono persone stupidamente iperprotettive, all'antica, cose non vere ma che un comportamento simile può benissimo far ritenere tali... Basta, non so cos'altro dire: forse queste sono parole ipocrite, e forse mi ritroverò, in futuro, nelle loro stesse condizioni, così come i miei figli si troveranno nelle mie. Anche se, personalmente, nutro sempre la speranza di poter fare meglio, di riuscire ad essere più forte. Ma, per adesso e per fortuna, essere padre non è ancora mio compito.
Pier Paolo Pasolini diceva: «Io sono una forza del passato».
Il "progresso" tanto millantato da una certa destra, che trova in Silvio Berlusconi il massimo rappresentante, io non lo voglio. Non voglio il progresso che ci fa dimenticare l'Italiano, la nostra lingua. Non voglio il progresso che rende la nostra cultura appiattita su quella globale-filoamericana. Non voglio il progresso che infarcisce di denaro multinazionali e transnazionali.
Il progresso che voglio è un altro. E non sarà certo la destra berlusconiana a portarmelo. Il progresso che voglio è il progresso sociale: rendersi conto che noi mangiamo come maiali e milioni di uomini muoiono di fame, intanto che certi politici vogliono abbassare le tasse dei ricconi sfondati sotto il 40%. Il progresso che voglio è il progresso culturale: non dimenticare mai le nostre radici, e da queste partire per conoscere tutte le culture di questo mondo, che mai dovranno annullarsi e appiattirsi in quella "cultura di massa" che a quei neolib fa tanto comodo.
Ma che progresso portano questi uomini che si dicono tanto proiettati nel futuro, e poi "risolvono" il problema dell'immigrazione con la più dura repressione? Che progresso portano, se il loro "riformismo" è ad esclusivo beneficio dell'economia neocapitalistica e dei portafogli dei miliardari? Dove vogliamo arrivare, dunque, con questo "progresso"?
No, io tutto questo non lo accetto. E contro tutto questo mi batterò, scegliendo l'onestà, scegliendo il vero impegno etico, contro l'utilitarismo e il machiavellismo e il qualunquismo di chi pensa soltanto al profitto, e al consumo. Pasolini aveva davvero ragione...
Nella mia incapacità di divertirmi buttandomi in pista al suono di musiche assordanti, nella mia paura di andare oltre i limiti temendo di distruggere il mio corpo e la mia psiche, ho passato un'intera serata a pensare e riflettere. Non so se erano loro quelli che ho visto dodici ore fa: di certo erano volti a me noti, alcuni a me cari. Non so se erano i miei amici, anche se i loro volti intermittenti alla luce mi risultavano familiari, anche se le voci quasi inudibili erano le loro.
Non so se ho visto ragazzi e ragazze lì dentro, dodici ore fa.
La società è un'enorme e violenta orgia, e ognuno di noi diventa parimenti carnefice e vittima all'interno di questa potentissima frenesia sadomasochistica. Noi siamo il totalitarismo di noi stessi: gli Stati che ci diamo sono solo la ratificazione di tutto questo, nulla più. L'uomo si distrugge, l'uomo provoca a se stesso la morte, in una costante tortura, e in tutto questo egli è compiaciuto.
È solo un numero: 18. Cosa volete che siano 18 anni? 18 anni fa uomini e donne vivevano più o meno come vivono adesso, in quel dicembre 1987 che mi vide mettere fuori la testa per la prima volta. Quand'ero piccolo era bello, perché era facile sognare: in un attimo, avevo una Lamborghini e la guidavo facendola rombare fragorosamente, l'attimo dopo ero un programmatore di videogiochi per computer e plasmavo i pixel come fosse pongo. Quand'ero piccolo era sempre festa, e l'inverno come la primavera come l'estate o l'autunno erano la bella stagione. Quand'ero piccolo m'innamoravo di tutto.
Ma dicembre aveva un sapore particolare, e il Natale aveva un sapore particolarissimo. Era quasi - forse lo è ancora - motivo di infantile orgoglio il fatto di essere nato proprio quel giorno, e sentire le persone stupirsi per una cosa simile, e vedere le luminarie sulle strade per pensare con più forza che sì, il 25 dicembre accadeva qualcosa di speciale, per me. E i regali che ricevevo, quell'emozione unica che, intanto che contavo sei anni, dieci anni, tredici anni, sedici anni, andava cambiando e maturando, nello stesso tempo in cui mi trovavo a scoprire un nuovo fisico e un nuovo intelletto, mentre dentro me si faceva strada la riflessione filosofica, mentre nascevano (e forse anche morivano) passioni vecchie e nuove, grandi e piccole.
Ed eccomi, ora. Anche il 2005, mio diciottesimo anno di vita, volge alla conclusione. Tra meno di due giorni avrò compiuto diciotto anni, tra meno di due giorni lo Stato mi guarderà in modo diverso. Sono solo convenzioni, mi si dice. Verissimo, ma cosa davvero non è convenzione all'interno di una società civile? Da dopodomani sarò autorizzato ad andare a votare, da dopodomani potrò cominciare a pensare alla patente, dopodomani la società mi affiderà formalmente la responsabilità delle mie stesse azioni. E no, tutto questo non è poco. Lo stato, il giorno 25 del mese dicembre del 2005, stabilirà che non sarò più un bambino, quel bambino che ricordo sognare cose impossibili, che vedo correre in mezzo ai viali alberati, oppure dare la mano ai propri genitori, appena prima di addormentarsi.
Sì, sono cambiato. Non mi sento più bambino come allora, e tra una manciata d'ore la società non farà altro che confermarmelo, rendendo ancora più sensibile - e per qualche ragione più dolorosa - la cesura. Davanti a me si aprono tante porte, tante strade, tante possibilità: un futuro da studente, poi lavoratore, poi (forse) padre. E poi ancora, a chiudere il circolo, l'ultima trasformazione, la sintesi finale, la morte.
E quel passato di infanzia, innocenza e curiosità, rimarrà solo nei miei ricordi. Sebbene essi, e di questo sono sicuro, saranno sempre molto forti. E, sempre, saranno la mia base, le mie fondamenta, le mie radici. Perché anche da diciottenne, anche da "grande", voglio innamorarmi di tutto. Come allora, come finora.
Sisifo sospinge il suo macigno sulla rupe, in salita, sapendo fin dall'inizio che il masso tornerà a valle, e che egli dovrà ricominciare. Ma è nel suo non volersi arrendere mai, nel suo costante sforzo costruttivo, la ragione della sua esistenza. Ed è allo stesso modo che io cerco, vivendo, di cogliere ogni singolo infinitesimo di tempo per farlo mio, per rendermi consapevole che sto costruendo la mia esistenza, istante per istante, in una continua ricerca di me stesso e del mondo, e di me stesso nel mondo.
Essere tristi e depressi tra le ultime due settimane di dicembre e la prima di gennaio è sbagliato. Tutti devono essere felici, tutti devono consumare, ingrassare se stessi e, possibilmente, le tasche dei commercianti. È contro ogni norma morale pensare a qualcosa di diverso da "Che regalo prendo a mia suocera", è inconcepibile l'assenza dei "cartoni animati" in prima serata sulla RAI, così come i kolossal d'animazione, o comunque qualcosa di Disney al cinema. Semplicemente inconcepibile.
Pensare alle cose che penso io, il 21 di dicembre, è sbagliato, e va terribilmente contro le norme non scritte ma ormai incise nel senso comune, le norme del politically correctness. In pubblicità vedo serenità, festa e pacchi regalo, e penso ai miei sentimenti, alla mia debolezza e a quali regali fare alle persone a cui tengo, come sempre. Vedo le luci che risplendono sulle strade, gli alberi ammantati da strisce e colori, e penso all'abisso che giace nella mia anima, come un buco nero che trafigge cuore e intelletto.
Forse, per la prima volta nella mia vita, ho davvero compreso lo spirito natalizio.
Perché mi ritrovo ad essere uno dei pochi che, a 17 anni, non riesce a vedere un'esperienza sentimentale come semplice sfizio o divertimento, qualcosa che dura qualche settimana, qualche mese al massimo, e poi finisce, perché non era mai iniziata davvero? Perché devo essere così ambizioso da cercare qualcosa che si possa chiamare amore senza mezzi termini?
Se mai qualcuna accettasse di amarmi, le sarei grato per l'eternità, e piangerei di gioia e commozione al solo pensiero che io possa davvero meritare tanto da lei. Se mai dovesse avvenire separazione, cadrei nella più profonda e totale disperazione.
Ma queste sono solo ipotesi. Perché non credo che io possa arrivare a meritare così tanto... meritare amore.
Adulti: persone che del perbenismo si fanno paladini, uomini che spendono ore a fare la morale predicando crociate contro chi troppo beve e chi troppo fuma, in nome di chissà quale vita giusta. Pubblicano insulse pubblicità progresso e si sentono la coscienza a posto, anche se lo sanno benissimo che i giovani non li fermi, non li imbrigli, non li incanti con le belle parole e nemmeno li spaventi. Lo sanno benissimo, perché giovani lo sono stati anche loro.
Questa è vera ipocrisia.
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