Riflessioni di un umano che vuole essere consapevole

Nome: Francesco (Ani-sama)
Uno studente di matematica dell'ateneo ticinense, proveniente da Piacenza e con la caratteristica peculiare di essere nato il giorno di Natale (sai che roba). Amo il cinema d'animazione e in particolare le opere di Miyazaki Hayao, che spero di poter vedere in italiano un bel giorno. Aggiorno questa pagina virtuale a tempo perso, per il piacere di scrivere e di pubblicare le mie idee.
È deciso. Non sarò più Conscius, non mi sento più così. Questo blog non sarà più aggiornato. Rimarrà sempre aperto, a testimoniare quasi tre anni di vita che non voglio certo buttare via, facendo chissà quale revisionismo storico. Si cambia, e si continua nel seguente indirizzo:
Buona lettura e buona vita a tutti. Ci vediamo là, su S¹, e oltre.
Domani mattina, il mio nono esame. Primo del nuovo anno, in realtà. Qualcuno probabilmente mi sgriderebbe, se sapesse che perdo tempo a notte decisamente inoltrata, invece di riposare o studiare. Pazienza, vediamo come va e se davvero quelle classi di esercizi che non faccio dicendo "tanto li so fare" non mi tradiranno tra una decina di ore. Classi di esercizi, come classi di equivalenza. Ultimamente ho forse la tendenza a quozientare un po' tutto quello che mi capita sotto tiro, in effetti per qualche strana ragione è un'operazione che mi fa sentire realizzato. Bah, che ragionamenti.
Prima di mettermi a scrivere qui, stavo scorrendo le vecchie pagine di un blog a me familiare, a tempo perso. Mi è capitato di leggere post di oltre un anno fa, cronache dell'esame di ammissione alla SNS. Già, la Normale. E le Olimpiadi di Matematica. E il forum delle Olimpiadi di Matematica. E colui che mi introdusse all'ambiente delle Olimpiadi di Matematica (ora studia al Sant'Anna, ne approfitto per salutarlo, se leggerà ancora qui). Ricordi che vanno a ritroso, da settembre del 2006 fino a novembre dell'anno prima. "Un olimpionico di medio-basso livello", mi sono sempre detto. Un discreto matematico però, forse, chissà. Viene sempre da fare pensieri del tipo "forse con qualche anno di preparazione in più ora sarei normalista". Ma poi? Non ha veramente senso, anche perché in realtà va tutto bene così, qui a Pavia e in questo collegio, anche se il mio fisiologico tempo di ambientamento è sempre troppo, troppo.
Cosa vorrei ora? Certo, s'intende cosa vorrei al di là di fare bene agli esami, che è qualcosa che può e soprattutto deve succedere, ricominciando dallo scritto di domani. In realtà la risposta alla domanda posta esiste ed è unica, ed è anzi facilmente intuibile. In ogni caso, non credo mi sarà possibile raggiungere quell'obiettivo senza cambiare, e soprattutto senza voler cambiare. Pensavo incidentalmente che in fondo è come se io girassi sempre lungo S¹, contando a ogni giro un numero in più o in meno, a seconda che mi stia muovendo in avanti o all'indietro; però, per quanto io possa andare avanti a contare, non riesco a spostarmi da lì, e percorro sempre quella medesima circonferenza in avanti o all'indietro un numero di volte potenzialmente infinito, come è vero che sono infiniti i numeri interi. Quello che dovrei fare è trovare un modo per rompere tale ciclicità immobile, togliere anche solo un punto a S¹ per poterla infine svolgere lungo una retta qualunque, e prendere tale nuova direzione, accettando il rischio di chi tocca punti mai toccati prima. Di certo si può essere sfortunati e farsi (un po') male, ma forse in fondo ne vale anche la pena.
Chissà.
Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell' età...
(Francesco Guccini, "Eskimo")
Mi perdonerete, spero, il ritorno a tematiche diciamo pure... intimistiche. Anche un po' diaristiche. Mi ero ripromesso di abolire sproloqui introspettivi, ma in realtà questo non vuole essere uno sproloquio introspettivo. È solo un ricordo. Ed è in fin dei conti opportuno, nel momento in cui la persona che voglio ricordare, insieme a tutto ciò che quella persona comportò oltre due anni fa, compie diciannove anni proprio domani, lunedì 17 dicembre.
Due anni e mezzo passati, dunque. E, dopo svariati mesi, mi viene voglia di ripensare a quei momenti, a quei giorni di fine primavera, quando ancora non ero in quinta liceo. Tutto rimasto lì, in quella cartella speciale sul mio computer: conversazioni virtuali, salvate allora pensando di poterle rileggere dopo chissà quanto tempo, perché in quei momenti erano parole importantissime, parole che bisognava davvero conservare. Il motivo, allora, era spiegato in una parola sola, quella parola che veniva scritta con tanta convinzione e con la cautela di chi non voleva in alcun modo sprecarla. Certo, forse anche con una buona dose di ingenuità in tale convinzione, ma in fondo ciò che davvero importava e davvero importa, è che si trattava di un sentimento sincero, in cui mi sentivo di credere genuinamente.
Amore.
E io l'amavo. L'amavo come potevo amarla a diciassette anni. Sentimento senz'altro ingenuo, giovanile finché volete, ma vero. Ricordo bene le ore passate coricato sul letto a pensare a lei e a quanto la trovassi meravigliosa, quei giorni d'agosto trascorsi a preoccuparsi inutilmente solo perché faceva un viaggio in aereo, e il sollievo a vederla scrivere sul suo blog, dopo il ritorno. E poi, le emails che le scrivevo, e quando arrivava la risposta avevo paura di leggerla. E ancora, tutte quelle piccole cose rituali, tipo marcare con il colore verde i messaggi di posta elettronica che mi spediva, solo per ratificare a me stesso che sì, era veramente la persona più importante di tutte, la persona per la quale avrei fatto potenzialmente qualunque cosa.
Belli, quei pensieri. Ricordo che, all'inizio, solo il fatto di pensare a lei mi faceva stare bene. Avessi avuto il coraggio che tuttora mi manca, avrei cercato di mettere in pratica tutto ciò che, purtroppo, restò solo il pensiero gentile e affettuoso di un diciassettenne innamorato. Passare per le vie canoniche del corteggiamento ("usciamo stasera?") mi terrorizzava. Temevo di non essere all'altezza, temevo di non piacerle, addirittura arrivavo a sentirmi inopportuno. Chissà se avrebbe accettato, poi, di uscire con me una sera d'estate. Forse sarebbe stato anche piacevole, per una volta...
Inutile, comunque, ragionare sulle possibilità; non c'è alcun modo di cambiare quello che è già successo. Meglio non continuare a ricordare oltre, ora. Temo che finirei in uno dei miei soliti sproloqui un po' autocommiserativi, proprio quelli che da questo weblog ho abolito. Però, prima di alzare le mani dalla tastiera, voglio mandare ad Anna un abbraccio affettuoso e un augurio di buon compleanno, se pure in anticipo di un giorno. Anna, spero di riuscire a strapparti un sorriso con queste mie parole, se ti capiterà di leggerle. Non ti ho dimenticato e non ti dimenticherò.
C'è qualcosa di straordinario nell'esercizio della scrittura. Qualcosa che sento ogni volta che appoggio le mie dita sulla tastiera, apprestandomi a rendere in parole i miei pensieri. Ci pensavo anche l'altro giorno, più tangenzialmente, quando discorrendo via internet con un amico mi balenò in testa la consapevolezza (peraltro non del tutto nuova, neppure su queste stesse pagine virtuali) che sì, forse esiste davvero un luogo dove io possa avere potere creativo assoluto, un luogo dove sia io la divinità che decide tutto, cioè le leggi, le relazioni fra le cose, che crea le cose veramente dal nulla. Questo luogo è la mia mente, la mia psiche diciamo. In essa posso permettermi di togliere la vita, e di darla. Posso permettermi di fare tutto ciò che i miei limiti fisici mi impediscono di fare.
E la scrittura, penso ora, è davvero un'invenzione bellissima. Perché proprio la scrittura mi dà il potere di dare un soffio di tangibilità a tutto ciò che la mia mente immagina. Il discorso, ovvio, varrebbe per qualsiasi altre forma di creatività artistica (pittura, scultura, musica, cinema), ma purtroppo mi ritrovo personalmente incapace di dipingere, scolpire, suonare, fare cinema, e quindi utilizzare quei mezzi per ottenere quel soffio di tangibilità di cui dicevo. Solo la scrittura può darmi tale soddisfazione, perché solo relativamente alla scrittura mi sento di dire che ho una certa "padronanza della tecnica" , quindi mi limiterò a parlare di essa, per onestà.
Certo, una volta acquisita questa "padronanza della tecnica" una serie potenzialmente infinita di possibilità mi si dischiude. È un po' come se si fosse creato un canale privilegiato in cui convogliare tutta la mia immaginazione, quei mondi di cui io sono la divinità unica si trasportano in parole, parole che li narrano e li descrivono nella loro interezza, parole che li rendono veri. Parole che li rendono veri non solo per me - per me lo sono non appena sono semplicemente pensati, prima ancora che scritti - ma anche e soprattutto per tutti gli altri, per i lettori, per gli altri esseri umani disposti, anche solo per un istante, di accettare che quello che io scrivo sia effettivamente vero. Disposti, in un certo senso, ad accettarmi come temporaneo dio. La soddisfazione data dalla scrittura creativa è forse la soddisfazione di poter esercitare una sorta di potere assoluto.
E quindi, giocare con le parole e la lingua, inventare modi per trasmettere differenti sensazioni. Però una bella scrittura è, a mio avviso, una scrittura dove oltre alla forma, oltre al gioco linguistico, esiste un messaggio, un contenuto, e dove forma e contenuto si fondono insieme in un tutt'uno. Gli esercizi di stile, di cui pure questo web log è costellato, sono buoni solo per dare sfoggio della tecnica, al più buoni per suggestionare chi legge con sensazioni forti, immaginifiche. Non c'è nulla di male in ciò, l'importante è secondo me avere l'onestà di ammettere fin da principio che di esercizi di stile si tratta e nulla più, senza pretese di altro tipo. Insomma, il mondo trasmesso e convogliato attraverso il canale privilegiato di cui dicevo dovrà essere qualcosa di più di un insieme di vuote sensazioni. Quello che poi debba contenere nello specifico, non è oggetto di discussione, ed è rimesso alla volontà di chi, quel mondo, lo ha immaginato sin dal principio. Ma d'altra parte perché mai qualcuno dovrebbe scrivere se non ha davvero qualcosa da dire, da comunicare a tutti coloro che leggeranno? Che senso ha in fondo esercitare quell'enorme potere creativo, se esso si realizza esclusivamente in vuoti voli pindarici?
D'un tratto, i miei sensi si sono concentrati. Sapore di superalcolico in bocca, immaginato, ma pur sempre sgradevole. E poi? Una sera come tante, a Pavia, in collegio; una sera come troppe, forse. La città è sempre gradevole, però, con le sue tipiche strade piene di ciottoli, l'incubo di qualsiasi appassionata di tacchi a spillo. Nel mio cinismo da quattro soldi spero sempre di vederne una, di queste donne, incespicarvi e, si spera, cadere. È, se vogliamo, il cinismo giocoso del buonumore. Quello del cattivo umore, invece, è malvagio e diretto agli "uomini che semplicemente atteggiandosi riescono a conquistare una donna, quando magari sono solo dei lavativi". Tante volte mi sono augurato di poterli uccidere col pensiero, istantaneamente. Ma ero di cattivo umore, si capisce. E in ogni caso detesto qualsivoglia forma di violenza, anche questo chi mi conosce bene lo sa. Dunque si tratta di condanne a morte puramente immaginate, virtuali. Forse chissà, preferirei semplicemente che fossero tutti come me, sobri e un po' troppo timidi. Una società di uomini complessati erotofobici, probabilmente destinata all'estinzione.
Ma in fondo, ci sono tante altre cose a cui pensare. Per esempio, gli aumenti nascosti dei biglietti ferroviari. Dal primo novembre non potrò più vantarmi di essere il viaggiatore furbo che risparmia 40 centesimi di euro facendo un biglietto Pontenure-Pavia invece che Piacenza-Pavia, e come tutti gli altri pagherò la tariffa regionale lombarda. Da una parte certo mi dispiace per i soldi che non risparmierò (e quindi perderò), dall'altra devo confessare che non mi ha mai dato soddisfazione vedere sui miei biglietti "Pontenure" come luogo di partenza. Sempre fissato su queste e altre piccole cose, io. Pace, mi dico, ognuno hai i suoi problemi. E in fondo questo non è neanche un problema, in fondo è qualcosa da sbandierare per apparire come una persona originale e alternativa. Per quanto, d'altra parte, ogni mio tentativo di corteggiamento fondato sull'esagerazione di questi particolari da pazzoide sia sempre tragicamente naufragato. Vabeh, dico "sempre", che formalmente è corretto, certo, ma forse induce a pensare che io abbia messo in atto un discreto numero di tentativi di corteggiamento nella mia vita. Mai congettura sarebbe più fallace di questa. In realtà ora il lettore attento (e magari anche il lettore appassionato di ricorsioni) potrebbe notare come questo mio affermare la fallacia di tale suddetta tipologia di corteggiamento non sia in realtà un tentativo di corteggiamento, che per definizione rientra nella stessa tipologia.
Un'altra cosa che in fondo ho sempre amato, è la ridondanza.
Bene, direi. Un flusso costante di pensieri più o meno cinici potrebbero continuare ad affollare questa pagina, dunque ritengo necessario porvi forzatamente una fine. Ma una fine, s'intende, a queste parole scritte, giacché nella mia testa non potrà mai esservi una "fine" ai pensieri se non quando arriverà la morte stessa. Ottimo, guardate, sono persino riuscito a ficcarci l'immancabile conclusione metafisica-pseudofilosofica che fa sempre tanta scena. E ancora, notate come il mio notare esplicitamente che faccia scena sia in fondo un espediente per fare ancora più scena. E ancora... (mi ameranno davvero gli appassionati di ricorsioni).
Tralaltro, domani è anche giovedì. Buonanotte.
Un anno accademico è oramai concluso, mi manca mezzo esame da sostenere ancora. Certo oramai sono finiti i mesi in cui mi esaltavo come un bambino con il suo nuovo giocattolo, nel gloriarmi della risoluzione di un problema difficile e di quanto fosse bello vederla scritta a computer con tutti i simboli così chiari, perfetti, come mai sarei riuscito a renderli scrivendo a mano. È accaduto e sta accadendo ciò che accade quando una forte ma estemporanea passione si trasforma in studio e impegno consuetudinario. Viene meno il piacere di quella che ai tempi del liceo era una "divergenza" dal resto degli argomenti studiati, si guadagna però in consapevolezza, si comincia a diventare veramente "addetti ai lavori". Si comincia ad avere il diritto di dire qualcosa sulla matematica, qualcosa che sia giustappunto fondato su tale esperienza acquisita con lo studio.
Che dire dunque? Per me studiare matematica è un notevole appagamento intellettuale, senza dubbio. È una scienza che ritengo molto feconda nella potenza della sua astrazione. Come recita un vecchio modo di dire, tuttavia, ogni medaglia ha il suo rovescio, e ritengo che ciò valga anche per la matematica. Si tratta infatti di una disciplina che è in grado di aprirmi la mente - con le sue formidabili strutture logiche e astratte - esattamente quanto è in grado di chiudermela. Lo studio della matematica infatti ha la caratteristica di essere ancora quasi completamente autoreferenziale: studiando matematica si studia solo matematica, per dirlo con parole povere. Non so quanto sia in realtà un problema della didattica attuale oppure un problema intrinseco della disciplina stessa, però mi manca molto quella possibilità di spaziare nella conoscenza, caratteristica che peraltro è propria dell'istruzione liceale - cinque anni di cui conserverò sempre un bellissimo ricordo. La matematica è senz'altro dotata di una sua propria bellezza (la bellezza di una dimostrazione o di una particolare struttura), ma a mio avviso vi è un certo rischio che il matematico si fossilizzi sui tecnicismi della materia, perdendo il contatto con quella bellezza e quelle discipline che non sono caratterizzate da rigorosi costrutti logico-deduttivi. D'altra parte ritengo che i migliori matematici siano quelli in grado di coniugare una sapiente e rigorosa tecnica con quella creatività che è propria del pittore o del musicista, i matematici in grado di vedere oltre i simboli e le mere dimostrazioni, i matematici in grado di cogliere e soprattutto creare le connessioni più profonde e nascoste, i matematici che, forse, siano in grado di non fare solo matematica, cioè di non perdersi nei tecnicismi di cui accennavo. Anche se ritengo che agire così sia un compito molto difficile e alla portata di pochi, e chissà poi che cosa sarò in grado di fare io a tal proposito.
In ogni caso, vorrei scrivere qui quel poco che ho inteso sul significato più profondo della mia disciplina, il significato che i "migliori matematici" di cui dicevo sono sicuramente in grado di cogliere, per quanto esso non sia necessariamente univocamente determinato. Voglio affermare qui, con forza, che per me la matematica è una scienza umana. Come tutte le altre, e degna esattamente quanto tutte le altre. Io non vedo alcun intervento divino nei numeri e nelle strutture matematiche, non credo più che la matematica sia una cosa "perfetta", "universale", cioè, in una parola sola, assoluta. La perfezione della matematica discende dal concetto che l'uomo ha di perfezione. Per un essere umano, solitamente, un sistema di strade disposte ad angolo retto sono più "perfette" di strade disposte in maniera diversa, ma è chiaro che tale concetto non può essere reso assoluto in nessun modo. Quante volte si dice che le persone "disordinate" sono in realtà "ordinate a modo loro", per fare un esempio molto semplice? D'altra parte io studiando le varie branche della matematica riconosco comportamenti e volendo addirittura complessi psicologici e manie e paure tutte umane, più o meno sempre nell'ottica di "fare ordine" come appena detto. Per esempio, esiste in matematica un modo per dimostrare che "uno" è maggiore di "zero". Si parte da assiomi che appaiono come ispirati da Dio nel loro estremo formalismo. Si cambiassero gli assiomi, per chissà quale strampalata ragione, cambierebbe ovviamente anche tutta la matematica (e magari "zero" sarebbe maggiore di "uno"). Certo, tali assiomi sono "buoni" perché accettati da circa tutti, ma ovviamente non assoluti. E d'altra parte, nessuno ancora mi ha spiegato perché si debba veramente essere così tutti intrisi di formalismo quando poi, rimossa la veste, si tratta di considerazioni al livello della vita e delle osservazioni di tutti i giorni. Forse solo perché il formalismo estremo è piacevole, una forma di masturbazione cerebrale insomma? Chissà!
D'altra parte, ci sono dei momenti in cui, studiando la matematica, mi dico: «questa cosa qua è veramente una gigantesca masturbazione cerebrale, e i matematici sono solo gente che si gloria del proprio (ovviamente astratto) eiaculato». In realtà non penso davvero che sia così. Io infatti credo che tutta questa enorme astratta formalistica costruzione, nel suo essere così umana, sia una delle invenzioni più belle e più vere della nostra razza.
Di ritorno, dopo una pausa fin troppo lunga. Scrivere un tempo era liberatorio, ora mi è faticoso quasi quanto leggere, delle volte anche di più. Cosa sia cambiato, di preciso non lo so. Forse è solo colpa della perduta spensieratezza; o forse, della mia (inconscia?) voglia di anelare alla compiutezza, o meglio alla compiuta bellezza. Sarebbe a dire, parole che siano belle nella forma, compiute e pregnanti nei contenuti. Ciò è d'altra parte il compito che mi ero assegnato due mesi orsono. E così, daccapo con "qualche cosa da dire". Sperando davvero che, a partire da questo articolo, la mia scrittura vada davvero nella direzione voluta e prefissata. Ai lettori (me compreso) il giudizio finale, come sempre.
***
A volte mi domando se io non sia forse anormale. S'intende, volendo definire "normalità" nel modo più naturale, cioè "tutto quello che è circa caratterizzante la maggior parte delle vite umane". Dunque, nutrirsi è normale. Dormire è normale. Procreare è normale. Mi soffermo in particolare sull'ultima affermazione, facendo scorrere tutto ciò che alla procreazione è evidentemente collegato, più o meno direttamente. Penso immediatamente all'atto sessuale in sé. Poi mi vengono in mente varie altre cose, le cosidette pratiche sessuali o erotiche. Giuro che anche solo due anni fa - quando ne avevo ancora diciassette - non avrei mai immaginato quanto potesse essere vario e vasto tale universo. Tuttora riesco a stupirmi. E a spaventarmi.
Qui misuro la mia predetta anormalità. Pensare che una relazione sentimentale sia solo affetto e romanticherie. Ma in fondo, io ora credo di sentire che ciò mi basterebbe, mi appagherebbe a fondo. Affetto e romanticherie. Cioè, avere una persona - nel mio caso, una ragazza - di cui avere cura, da cui aspettarsi la medesima cura. La bellezza del viso e degli occhi, e dei suoi pensieri e delle sue parole. Immagini e fantasticherie scontate come un film sentimentale americano, eppure così tremendamente emozionanti. Il bacio, come suggello e sigillo di un'amore che voglio pensare infinito, un impegno e una responsabilità costanti.
Mi sento poco animalesco. Quella componente di puro piacere fisico che, per forza di cose, non mi può certo mancare, ma che mi risulta ancora un poco aliena. E poi, la paura. A volte, anche un certo qual disgusto, nel pensare ad alcune delle sopracitate pratiche erotiche. Ma perché mai dovrei rovinare il candore dell'affetto e delle romanticherie con l'acre odore dei fluidi organici? Perché proprio insieme a chi amo, devo sporcarmi?
È forse anche il mio destino? Ritrovarmi, forse tra un anno forse tra un mese forse domani, a rinnegare queste stesse mie parole, a scrivere presumibilmente frasi del tipo "non c'è nulla di sporco in ciò che avviene naturalmente"? I miei amici oramai non sono più dei bambini. Tutti i miei amici hanno provato ciò che sarò inevitabilmente condotto a provare pur'io. Nemmeno io, in fondo, sono più un bambino. Eppure ancora ai miei occhi, alla mia mente, risulta oltremodo stonato pensare che dietro la candida bellezza di una donna si possa celare l'istinto più terreno, e primordiale, e impuro.
Di tale impurità, anche io sono figlio.
Monotono.
Da quanto tempo ormai non fai altro che scrivere le stesse parole? No, dico, non le stesse parole. Parole diverse solo nella forma. Forma, solo forma. A ciò si è ridotta la tua scrittura, un mero esercizio di stile, buono per te stesso, al più per qualche affezionato lettore, che ti sta a leggere e commentare solo perché trova nel tuo stile qualcosa di piacevole. D'altra parte, tu stesso ritieni di scrivere degnamente. Ma in effetti, tu sai scrivere degnamente. Questo perché più persone dicono che il tuo stile merita apprezzamento, e tu stesso ti piaci, rileggendoti.
Ma, oltre la forma? Cosa è rimasto? Mesi passati a girare intorno, interpretandole in qualche intricata maniera, le tue passioni giovanili. Come un diciassettenne davanti al suo primo amore. Davanti a ciò che egli crede il suo primo amore. Sì, due anni fa poteva starci. Due anni fa ci stava. Due anni fa certo era un'altra cosa. Forse.
Davvero è giunto il tempo della disillusione? No, certo che no. Tuttavia, è giunto il momento di parlare d'altro. È giunto il momento di dare consistenza alla tua scrittura, ad ora permeata solo di te stesso e niente al di fuori di te stesso, perché anche quando parlavi di quanto sta al di fuori di te stesso, lo riportavi sempre a te stesso. Ma quel te stesso più intimo e chiuso, quel te stesso che passa le ore a inventarsi problemi, e poi soluzioni, e poi altri problemi, e poi altre soluzioni, in un autoinganno senza fine.
Ma ora, è ora di guardare verso gli altri. In questo spazio virtuale, forse anche fuori da questo spazio virtuale. Sia questo post l'ultimo dedicato a quel te stesso. È il momento di cominciare ad amare per davvero.
Osserva questo stesso cursore, che lampeggiando a intermittenza si pone appena dopo le lettere battute dalle tue dita, sulla tastiera. Pensa che presto scomparirà, e quelle lettere, a formare parole e frasi, saranno gettate ai quattro venti, e forse qualcuno le coglierà, traendone interesse, o indifferenza, o astio. Perché scrivi? Oramai i tuoi vecchi lettori sono perduti. Il vuoto da loro lasciato è incolmabile, per quanto tu possa stimare o voler bene ai tuoi nuovi lettori, finanche diventare loro amico.
Osserva: con lo scorrere del tempo, le persone cambiano, crescono, a volte si trasformano radicalmente. Solo tu continui a scrivere le stesse parole, osservando le tue dita sui tasti, e il cursore lampeggiante. Alcune persone che un tempo chiamavi "amici" ora sono partite. Lo spazio che un tempo occupavano dentro di te è pieno solo di ricordi, ricordi di ore passate nella spensieratezza e nel divertimento, o momenti di sincero affetto. In realtà, però, tu non volevi perderli. Tu hai continuato a scrivere pensando a loro, tu non volevi che se ne andassero.
Osserva: tu non volevi, ma loro se ne sono andati. Il tempo passa, anche i ricordi migliori si perdono nella nebbia, e poi nel vuoto. Anche il dispiacere per quel distacco viene attenuato. Tuttavia, il passato dolore riaffiora più facilmente delle passate felicità. E tu ti ritrovi a scrivere ripensando a loro, dopo così tanto tempo, e quando pensi a loro ti senti trafitto. Un tempo ti avrebbero sicuramente letto. Ora no. Ora ti accorgi che le tue parole solo un lancinante soffocato grido.
Guardati: tu cerchi solo le lodi e le attenzioni delle altre persone, perché non sai lodarti, né prestare attenzione a te stesso. Solo per questo, continui a scrivere. Per questo, continui ad aspettare, immobile.
«Perché in fondo, io mi detesto.»
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